Marco Della Pina, Assessore
all'Ambiente della Provincia di Livorno
Per le conclusioni, la parola va a Marco Della Pina,
assessore alle politiche ambientali della Provincia
di Livorno
Vi chiedo soltanto pochi minuti di attenzione. Non
cercherò di trarre delle conclusioni. Non credo
sia possibile anche soltanto sintetizzare il ricco panorama
di interventi di questa mattina. Cercherò di
mettere insieme e di confrontare con voi alcune mie
riflessioni, frutto totalmente personale, ricavato da
ciò che ho ascoltato..
Primo elemento di riflessione: uso razionale delle
risorse, in particolare uso razionale della risorsa
acqua. Io sono abbastanza perplesso di fronte a queste
parole, perché vedo qui davanti a me una bottiglia
di acqua minerale, l’unica acqua che noi generalmente
consumiamo ogni giorno. Osservo il paradosso, sotto
il profilo ambientale, economico, sociale e culturale,
della presenza di questa acqua, contenuta inoltre all’interno
di una bottiglia di plastica! Osservo quindi che noi
parliamo di uso razionale della risorsa acqua in relazione
ad una risorsa che in realtà non fa più
parte della nostra alimentazione, del nostro consumo
quotidiano. Ancora, quale uso razionale della risorsa
acqua possiamo richiamare o promuovere, se non partiamo
dalla consapevolezza di una assoluta incoerenza, assurdità,
o contraddizione che ci presenta un divario tra i costi
di questo tipo: l’acqua che viene concessa per
usi irrigui viene pagata 0,002 millesimi di euro al
metro cubo, l’acqua consumata dalla Lucchini e
dalla Solvay costa a queste aziende 0,03 millesimi di
euro, l’acqua che noi paghiamo ad ASA per i nostri
consumi quotidiani ci costa circa 1 euro a metro cubo,
l’acqua reale, concreta, che noi beviamo tutti
i giorni, ci costa 1.000 euro a metro cubo !
La provincia di Livorno mi appare interessante e mi
piace perché presenta una originale mescolanza
di locale e globale che invita ad una riflessione proprio
sull’acqua: anche da noi, come nel mondo, l’acqua
è una risorsa preziosa, ma scarsa. Continuo ad
usare il termine risorsa, ma non mi soddisfa. Risorsa
ha una accezione fortemente economica. L'acqua in realtà
non dovrebbe essere considerata una risorsa, ma un diritto,
perché senza acqua, come senza aria, si muore.
Quindi è un diritto dei cittadini livornesi,
così come è un diritto di sei miliardi
di persone che vivono in questo momento nell’ecosistema
terra. Ma se l’acqua è un diritto, non
può essere considerata un bene economico, soggetto
alla casualità, al fatto di essere nati in un
paese ricco, potente o fortunato, oppure in un paese
povero, debole e senza risorse idriche. L’acqua
è un diritto irrinunciabile, quindi non può
che essere un bene comune, non può che essere
governata secondo i principi che regolano l’uso
dei beni comuni, a Livorno come nel mondo.
Non capisco perché ci sia la banca mondiale e
non ci debba essere un governo mondiale dell'acqua che
controlli il rispetto delle regole in tutti i paesi
e garantisca il diritto dei popoli all’acqua,
impedendo, ad esempio, la grave situazione che si è
delineata in Palestina, dove un intero popolo viene
“assetato” da un altro. E di esempi se ne
potrebbero citare molti altri, penso ad esempio alla
“guerra dell’acqua” in Bolivia.
A mio parere, è necessario partire dal presupposto
che l’acqua, come l’energia , l’aria
o la biodiversità , costituisce un’esigenza
primaria che garantisce il diritto fondamentale, il
diritto alla vita, e che quindi il suo utilizzo deve
prevedere delle regole universali.
Qualcuno potrebbe obiettare che la definizione dell’acqua
come diritto, e non come bene economico potrebbe originare
un sistema di sprechi. Non lo credo. Proviamo ad esaminare
brevemente il percorso storico dell’uso dell’acqua:
nel Medio Evo l'acqua era un bene del sovrano, una regalia
sovrana, un bene che veniva concesso sulla base di norme
ben definite, miranti all’equilibrio ambientale
e all’uso razionale della risorsa, e sulla base
della corresponsione di certi tipi di doveri da parte
dei sudditi nel caso di un uso economico. Poi chiaramente
c'è stata l'evoluzione capitalistica e l'acqua
si è trasformata in un bene che si può
tranquillamente consumare senza nessuna regola e nessun
costo, che può essere sfruttato, reperito e portato
all'interno, in particolare, dei processi produttivi,
senza attenzione agli equilibri ambientali e all’uso
razionale della risorsa..
Oggi credo che tutti possano riconoscersi all'interno
di un percorso che dica “occorrono delle regole,
l'acqua è un bene comune, prezioso, scarso, diritto
di tutti. Ricostruiamo le regole, ricostruiamo il quadro
dei diritti e dei doveri a cui tutti, senza nessuna
esclusione, devono rispondere”. All'interno delle
regole, dei diritti e dei doveri, ci stanno poi le singole
responsabilità: istituzionali, sociali, individuali.
Su questa base si misura il ruolo della Provincia. Noi
cominciamo a ridefinire faticosamente, ad esempio, delle
regole per quello che concerne la possibilità
di chiunque di aprire un pozzo, privato sul suolo, ma
in realtà pubblico nel sottosuolo, oppure di
mettere una pompa aspirante nel fiume Cecina e prelevare
quantitativi di acqua senza controllo e a costi irrisori..
Il primo elemento per ridefinire delle regole è
la conoscenza . Per questo stiamo costruendo il database
dei 16.000 pozzi presenti nella provincia di Livorno,
dei prelievi industriali, agricoli e commerciali. Vogliamo
rimettere ordine in tutto questa confusione per ristabilire
delle regole che definiscano i diritti ed i doveri di
tutti coloro che, a qualsiasi titolo, utilizzano la
risorsa acqua. Partendo dall’alto, dai grandi
utilizzatori, per arrivare alle aziende di gestione,
fino al cittadino-consumatore. In questo modo, ognuno
potrà veder meglio definito il proprio ruolo,
ed anche i soggetti pubblici potranno lavorare in sintonia
sui vari aspetti quantitativi e qualitativi della risorsa
idrica.
A mio parere, sotto questa nuova ottica, possiamo cominciare
a pensare anche in modo diverso ad alcuni problemi oggi
al centro dell’attenzione, come quello della cosiddetta
“privatizzazione” delle aziende di gestione
dell’acqua. La privatizzazione credo che stia
tutta all’interno di un percorso temporale che
ha lentamente costruito il concetto dell’acqua
come bene economico, il percorso della liberalizzazione.
Questo percorso sta dentro il processo di globalizzazione,
ma anche questo non è neutro. Forse la globalizzazione
poteva andare in un’altra direzione., si tratta
di esserne consapevoli. Quando nell'81 Brandt ha fatto
un rapporto che qualcuno di voi forse ricorda, ha per
la prima volta cominciato a parlare di interdipendenza
in un senso che non era quello che poi ha vinto. A vincere
non è stata l’interdipendenza di Brandt,
bensì quella di Reagan. Oggi noi siamo dentro
il processo di globalizzazione aperto negli anni di
Reagan. La storia non si costruisce con i “se”,
si tratta però di essere consapevoli che c’è
stata una possibilità di interdipendenza non
basata su quei meccanismi che sono diventati poi uno
schema mentale rigido, quasi naturale, fondato sul dominio
assoluto del mercato, per cui si doveva e si deve comunque
liberalizzare, perché il privato è più
bello, più efficiente, più “amabile”.
Alcune sere fa in televisione hanno rievocato la tragedia
del Vajont. Ricordate, la diga crollata, le migliaia
di morti.
C'è stato un percorso temporale in cui siamo
usciti dallo schema mentale del “privato”,
che aveva provocato i morti del Vajont, e siamo tornati
negli anni ’60 del Novecento a vedere il pubblico
come elemento importante e portante di uno stato economicamente
efficiente e socialmente equilibrato. Le famose nazionalizzazioni
degli anni ‘60 sono poi degenerate in sottogoverno
e burocrazia, ma questa è un’altra storia.
Quello che mi preme sottolineare è che anche
la privatizzazione di oggi sta dentro un percorso storico
sul quale si struttura uno schema mentale.
La Regione Toscana ha elaborato e proposto una “Carta
dell'acqua” in cui si sostiene che l'acqua è
un bene comune. Ma io vorrei chiedere, dopo in particolare
l’esperienza di Arezzo, il Comune di Livorno è
proprio sicuro che i problemi di ASA si risolvono con
un forte partner privato ? Siamo sicuri che questo partner
privato entra e si mette in un angolino a guardare il
bel mare di Livorno? Se noi siamo d’accordo che
l’acqua è un bene comune, così come
l’energia, occorre individuare anche i percorsi
attraverso i quali noi rimettiamo in discussione i nostri
schemi mentali che pongono al centro di tutto il mercato
come se fosse un elemento naturale del vivere sociale,
e cominciamo a riparlare di regole che ci permettano
di “reinventare il pubblico”. Perché
non ripensare anche al decreto Bersani sull'energia
o al decreto Letta sul gas e rivederli da un'altra ottica?
L'ottica per esempio della Bolivia, ricavando insegnamenti
sia dalla guerra dell’acqua che da quella più
recente del gas, prendendo consapevolezza della dimensione
non soltanto locale, ma globale dei problemi.-
Concludendo, spero che le mie riflessioni possano portare
un piccolo contributo a questo nuovo percorso di consapevolezza.
La Provincia di Livorno, che qui rappresento, sta cercando
di costruire un pezzetto di quelle regole di cui parlavo.
Con il contributo di tutti i soggetti pubblici, io credo
si possa raggiungere qui da noi per l’uso dell’acqua
un sistema condiviso di diritti e doveri, rispondendo
al tempo stesso all’imperativo etico di un nuovo
mondo senza sete.
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