Enrico Bartoletti, Dirigente
del Settore Difesa del Suolo della Provincia di Livorno
SALVAGUARDIA DELLA RISORSA IDRICA E TUTELA DEL CONSUMATORE
La parola, sempre sul tema della salvaguardia delle
risorse idriche, passa al Dott. Enrico BARTOLETTI, Dirigente
del Settore Difesa del Suolo della Provincia di Livorno.
N.b.: Di seguito è riportato l’estratto
NON CORRETTO dell'intervento.
Il tema è particolarmente significativo anche
per le province in genere e per la provincia di Livorno,
in particolare nello specifico di questa giornata e
del nostro territorio.
Come dicevo precedentemente, l’approccio su Agenda
21 per quanto riguarda la risorsa idrica può
essere di varia natura, sia di tipo quantitativo che
di tipo qualitativo della risorsa.
Fin dall’inizio, come settore cui sono state trasferite
le nuove competenze della legge 91/98 alla provincia
e, conseguentemente, a settore di difesa del suolo della
provincia, abbiamo posto come elemento crediamo importante
anche per una discussione in Agenda 21, il riordino,
la riorganizzazione, la sistematizzazione di tutte le
attività di autorizzazione e di concessione relativamente
al settore idrico. Il trasferimento alle province è
stato attuato dal 1° luglio del 2001 con la piena
attuazione della legge regionale 91/98 che ha trasferito
alle province i compiti tecnico-amministrativi per la
gestione del testo unico sulle acque ancora ad oggi
risalente al 1775, aggiornato con varie leggi successive,
la cui fondamentale è la legge 36, cosiddetta
legge Galli, che dichiara che tutte le acque sono pubbliche.
Da quel momento in poi, è stato un elemento forte,
per quanto riguarda le province, capire il sistema di
gestione della risorsa idrica.
A tal fine, è stato costituito nell’ambito
dell’URPT un gruppo di lavoro che, per oltre un
anno, ha visto il lavoro dei tecnici e dei funzionari
che si occupavano della risorsa idrica nelle varie province.
Per giungere a cosa?
Per giungere innanzitutto ad una definizione univoca,
possibilmente la più univoca possibile, dei criteri
di regolamentazione della gestione del testo unico sulle
acque, delle procedure tecnico - amministrative e, in
particolare, per la gestione della cosiddetta sanatoria
dei pozzi, cioè quel decreto legge 275 del 1993
che, da oltre dieci anni, riconfermato anche nella finanziaria
attuale, permette a tutti i cittadini possessori di
un pozzo, di un attingimento da acque superficiali o
da acque sotterranee, la possibilità di un’autodenuncia
e, quindi, la possibilità di continuare a emungere
acqua senza l’autorizzazione o senza la concessione
da parte dell’ente preposto.
Dal 1° luglio 2001 la regione Toscana, tramite gli
ex genio civile, si è vista attribuire le competenze
dalle province.
E’ stato un lavoro complesso che ha messo in risalto
le problematicità del sistema, un sistema molto
eterogeneo, suddiviso in varie sfaccettature che non
aveva né a livello nazionale, né a livello
regionale elementi di unicità se non il vecchio
testo unico del 1933.
Una realtà, quella del testo unico, del tutto
anomala e non più conforme alle realtà
attuali: basta pensare che, nel 1933, non si parlava
assolutamente di gestore unico, si parlava tuttalpiù
di un uso domestico delle acque sotterranee; si avevano
in Val di Cornia pozzi quasi tutti artesiani, cioè
pozzi che, una volta perforati, permettevano di alimentare
anche le fontane della città di Piombino.
Oggi, se non usiamo pompe di una certa potenza, l’acqua
non arriva assolutamente nelle case di queste realtà.
Di fronte a questa diffusa disomogeneità delle
problematiche legate alle concessioni di gestione, le
province hanno definito una modalità sostanzialmente
univoca, quella dell’organizzazione delle denunce
del 275.
Innanzitutto, è stato considerato un lavoro di
organizzazione e di informatizzazione delle denunce;
purtroppo, allo stato dei trasferimenti, abbiamo recuperato
molto materiale cartaceo, migliaia e decine di migliaia
di pratiche ancora giacenti nei vari uffici senza una
precisa catalogazione in termini di localizzazione,
di uso, di consumo e di stato di attuazione delle pratiche.
Tutto questo ha imposto alle province, in particolare
anche alla provincia di Livorno, la necessità
di una informatizzazione completa di queste istanze
del 275.
Istanze che, proprio per le tematiche aperte, avevano
due linee di azione e di presentazione: una ai genii
civili e una alla provincia di Livorno.
Avevamo, dunque, più cataloghi quasi mai informatizzati
e quasi mai omogenei dal punto di vista del titolare
che aveva fatto la domanda per cui abbiamo dovuto riorganizzare
questo lavoro e ci siamo accorti che molte istanze erano
doppie, ripetute, anche per la presenza attiva di un
decreto legge che dal 1993 continua ancora ad oggi ad
avere una sua efficacia.
Risale a questi giorni, con la finanziaria, la proposta
di rinnovare la possibilità della denuncia dei
pozzi.
Come sapete, non si tratterà di denunciare pozzi
vecchi ma, molto probabilmente, si riapriranno pozzi
nuovi e immediatamente si farà la nuova denuncia.
Allo stato attuale, ancora in evoluzione (perché
crediamo che il sistema di informatizzazione sia ancora
in fase finale di riallineamento), effettivamente ci
sono pozzi esistenti ed efficaci, cioè con unico
nominativo, unica localizzazione, unica individuazione
(circa 12.500 pozzi).
Di questi, circa 10.000 sono ad uso domestico.
L’uso domestico dichiarato nel 1933, a memoria,
è quell’uso fatto dalle famiglie per l’irrigazione
del giardino, per il bestiame e per le esigenze familiari.
Diciamo che oggi questo tipo di uso è molto limitato
e ci ritroviamo quindi ad adottare una doverosa riorganizzazione
del sistema.
Le altre 2.500 pratiche circa hanno un uso diverso dal
domestico e quindi dovranno essere concessionate; sono
circa 1.200 i pozzi irrigui e 1.300 i pozzi destinati
ad altri usi come l’idro-potabile, l’industriale,
il misto ed altre attività.
In queste due slides si possono vedere alcune indicazioni
della presenza numerica nei vari territori.
Si passa da valori molto alti nella Valle di Cornia:
1.400 pozzi nel comune di Campiglia, 1.500 nel comune
di Piombino, circa 3.000 pozzi nel comune di Livorno.
Ovviamente, la stragrande maggioranza dei pozzi del
territorio del comune di Livorno sono ad uso domestico,
anche nella stessa città sono centinaia e migliaia
i pozzi.
Comunque, complessivamente si ipotizza la presenza di
circa 16.000 pozzi nel territorio della provincia di
Livorno. Sono numeri ingenti e si parla anche di necessità
di riorganizzare le fasi concessali.
Ancora più drammatico, se vogliamo, rispetto
al fenomeno delle concessioni, è l’individuazione
dell’uso.
Queste due tabelle rappresentano l’informatizzazione
o meglio le modalità che venivano utilizzate
nell’archiviazione, da parte della regione Toscana,
degli ex genii civili.
Sono presenti circa 70 tipi di uso, quando la legge
Galli ne rappresenta solo 5 perché ad essi sono
anche correlate le tariffe relative.
Si parla di usi i più disparati possibili: l’industriale
domestico, un industriale antincendio, un industriale
aziendale, un industriale igienico, un irriguo domestico
non potabile e poi, chi più ne ha più
ne metta!
Crediamo che, da questo punto di vista, il definire
con precisione l’uso della risorsa è un
elemento fondamentale per il suo utilizzo successivo
e per la sua quantizzazione.
In questa slide è rappresentata l’informatizzazione
dei pozzi presenti nel territorio del comune di Rosignano
e di Cecina: come si può notare, è evidente
la grandissima diffusione su tutto il territorio anche
in zone inquinate o soggette a fenomeni di inquinamenti
da nitrati o di salinizzazione.
Ancora più impressionante è, se vogliamo,
la disposizione della Val di Cornia, una realtà
molto complessa dove ci sono attività industriali,
irrigui, potabili, domestici. Questi pallini non sono
ingranditi in modo artificioso. Per piccoli che siano
riempiono sempre una parte del territorio.
Basta anche vedere la diffusione dei pozzi sul nostro
territorio: si parla di 13 pozzi per km quadro.
Se consideriamo tutta la superficie territoriale della
provincia, diventano immediatamente 31 i pozzi per km
quadro, come è giusto che sia se consideriamo
solo la parte degli acquiferi e se non consideriamo
i monti livornesi e le zone collinari.
Si può notare, quindi, una presenza diffusa e
capillare, con problemi di risorsa e di qualità
perché il pozzo stesso rappresenta una possibile
via all’inquinamento, una problematica molto presenti.
Abbiamo fatto una stima ad oggi di circa 5.000 concessioni
da rilasciare nei prossimi anni.
Di queste, negli archivi dell’agenzia del demanio
e del genio civile ne abbiamo ritrovate circa 1.600,
per lo più al 90% da prorogare, da rinnovare,
etc… quindi uno stato amministrativo molto complesso.
Noi crediamo che un elemento importante, anche per lo
sviluppo eco-compatibile e per una salvaguardia della
risorsa, è anche quello di avere la certezza
di chi ha il diritto a emungere, ma anche dell’amministrazione
che conosce ciò che nel territorio si viene a
definire.
Un esempio che faccio sempre è: pensiamo se
nel nostro territorio si riuscisse a costruire 5.000
case abusive: è un concetto completamente astratto
per il nostro territorio.
La realtà dei pozzi è una realtà,
invece, che né in provincia di Livorno, né
in regione Toscana, né in Italia in genere, è
questa: una realtà, forse l’unica e una
possibilità che i cittadini hanno avuto fino
ad oggi di fare qualcosa in certi territori, sostanzialmente
in modo arbitrario e abusivo perché, in certe
realtà come le nostre forse, anche per cambiare
un pavimento di casa ci vuole un’autorizzazione.
Per costruire un pozzo, dato che i comuni se ne sono
completamente dimenticati e la legislazione nazionale
pure, la regione che ha avuto i trasferimenti effettivi
da poco tempo dovrà in qualche maniera, anche
con il sistema delle autorità locali, trovare
una verifica da questo punto di vista.
Alcune cose sono state fatte.
Per esempio: nel bacino Toscana costa, che rappresenta
tutti i comuni della provincia di Livorno ad esclusione
dei comuni di Livorno e Collesalvetti, è stato
applicato il 152 nella parte per cui viene data la possibilità
di costruire anche i pozzi domestici, secondo il testo
unico del 1933 (mentre prima era necessario costruirsi
il pozzo perché non esistevano sistemi acquedottistici
oggi, invece, anche il pozzo domestico deve essere autorizzato
da parte della provincia di Livorno).
E’ un’autorizzazione molto semplice ma
che intanto ci permette di sapere dove sono localizzati,
chi è il proprietario, qual è la profondità
della falda utitizia e che tipo di emungimento viene
effettuato.
Per questo motivo il consiglio provinciale, nell’aprile
2003, ha approvato un regolamento di semplificazione
in cui chiarisce quali siano i documenti per ottenere
l’autorizzazione.
Quali sono gli obiettivi di lavoro per il futuro, indicati
anche dalla risoluzione del consiglio provinciale in
questi anni?
Riordino delle istanze della 275, praticamente concluso,
approvazione del regolamento ad aprile 2003 e informatizzazione
delle procedure autorizzative perché noi crediamo
che, anche questo, nei tempi per il rilascio dell’autorizzazione
e delle concessioni, sia un elemento importante.
Noi pensiamo di riportare nei termini di mesi, delle
autorizzazioni che necessitavano anni per essere rilasciate:
inizio, quindi, del rilascio delle concessioni a sanatorie
preferenziali, quelle provenienti dal 275, riordino
delle istanze, in generale, presenti nell’archivio
della regione Toscana, riordino innanzitutto per i volumi
d’acqua che vengono a movimentare le grandi utenze,
perché oggi non si parla più di utenze
ministeriali o di utenze regionali, ma sono tutte utenze
i soggetti (di?) autorizzazione da parte delle province.
Quindi grandi utenze industriali, idropotabili e irrigue.
Determinazione dei consumi concessionati con l’istallazione
dei contatori. Passare quindi dal calcolo dei canoni
concessori, dai litri al secondo come portata massima
emungibile ai metri cubi annui, cioè ai consumi
totali, veri che derivano dai pozzi, per applicare anche
qui tariffe consone. Io vi faccio solo tre indicazioni.
L’acqua di uso industriale costa tre millesimi
di euro al metro cubo, l’acqua di tipo idropotabile,
cioè il canone di concessione per l’utilizzo
e per il prelievo dell’acqua pubblica, quindi
per reinvestire nel risanamento eventualmente queste
risorse, per l’industriale si paga cinque decimillesimi
di euro al metro cubo, per l’irriguo sei milionesimi
di euro al metro cubo all’anno. Per un cittadino
che chiede cento litri al secondo di acqua, se la preleva
tutto l’anno, paga per un metro cubo queste cifre.
Sono cifre del tutto…Diciamo non esprimibili da
questo punto di vista, ci sono difficilmente degli aggettivi,
anche trasformate in lire restano sempre delle banalità.
Si tratta anche qui, come diceva il dottor Matina, di
ripensare sostanzialmente che l’acqua è
pubblica, che l’utilizzo delle acque può
creare problemi, che il pubblico deve, in qualche maniera,
ottenere delle risorse qualora ci siano aggrappi.
Concludo semplicemente riallacciandomi alle conclusioni
anche del Dott. Matina.
In provincia di Livorno e di Pisa, sul bacino del Cecina,
è attivo un accordo di programma con il ministero
dell’ambiente, la regione e molti altri soggetti,
per applicare concretamente su tale bacino la direttiva
comunitaria per ottenere quegli obiettivi e quegli indicatori
che la provincia si è posta per tutto il territorio:
installazione di contatori, verifica delle utenze e
delle concessioni.
Il sistema informativo territoriale è un finanziamento
che dovrebbe arrivare alle province fra poco tempo e
che vedrà impegnate le due province a un lavoro
comune su tutto il territorio del bacino del fiume Cecina.
Grazie
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